Strapparsi i capelli per amore

Nel romanzo di Lucrezia Lerro la protagonista è una giovane scrittrice ossessionata da un narcisista che la fa soffrire. Ma trova un motivo di riscatto

Strapparsi i capelli per amore

Rispetto agli esordi, che non risalgono poi a molto tempo fa, dato che Lucrezia Lerro ha pubblicato dieci romanzi in un dozzina di anni, qualcosa nella sua scrittura è cambiato. Si è fatta più articolata con frasi anche sintatticamente più elaborate.

A differenza per esempio di un bel romanzo come La bambina che disegnava cuori (Bompiani, 2010), quest’ultimo L’estate delle ragazze (La nave di Teseo, pp. 256, euro 18) appare più complesso. Innanzitutto c’è un certo distacco dalla forma autobiografica a favore di un’invenzione pura, più elaborata. Restano comunque il ritmo sincopato della scrittura e il carattere del personaggio principale, in questo caso una giovane donna di nome Corinna, trasferitasi dal Sud Italia a Firenze, dove studia, ma soprattutto scrive, scrive in continuazione.

Corinna è innamorata di Jacopo, scrittore già affermato, benestante, un po’ presuntuoso, più anziano di lei e dotato di un immancabile bagaglio di narcisismo.

Le ragazze del titolo sono dodici prostitute di varia nazionalità che lei osserva nel cortile di un albergo-bordello, intente a occupazioni quotidiane, ma soprattutto a prepararsi per le serate in cui si concedono con una regolarità umiliante e allo stesso tempo economicamente molto vantaggiosa.

Caratteristica principale di Corinna, oltre all’infatuazione patologica per Jacopo, un grave disturbo psichico chiamato tricotillomania, per cui è indotta a tormentarsi di continuo i lunghi e vaporosi capelli, fino al punto di sfibrarli o addirittura di strapparli dalla cute.

Il ventaglio delle ossessioni autolesionistiche è ampio (basti pensare all’anoressia o alla automutilazione). Sono modi per sostituire un dolore a un altro divenuto insopportabile.

Ma anche la scrittura si fa arma di sopportazione: “Pensò che avrebbe scritto il romanzo della sua vita e poi l’avrebbe fatta finita. Certo, non si sentiva né Cesare Pavese né Romain Gary. Aveva trasformato i moti dell’anima in parole…”

Nel libro appaiono, in corsivo, le frasi che Corinna scrive, come un romanzo nel romanzo. I piani temporali sono distinti dall’uso delle forme verbali, ora al presente (presente storico), ora al passato remoto. Questo rende composita la costruzione della trama, distribuita nel tempo.

Il tratto fiabesco, tipico dello stile della Lerro, è spesso presente, così come l’elemento simbolico. Della protagonista, scrive: “La scrittura per Corinna era ambire a una torre altissima, dalle fondamenta solide, e il lavorare come un artigiano all’opera in corso, le consentiva di intravedere il risultato”.

Una dichiarazione d’intenti: Lucrezia Lerro cesella la sua prosa e l’avvicina a sé stessa e al lettore.

(Foto dell’autrice di Leonardo Cèndamo)

Fonte: Libero Quotidiano.it

Comments are closed.