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Corinna, bella e inquieta, arriva a Firenze dal Sud Italia. Studia all’università ma sogna di diventare una scrittrice come il suo fidanzato, Jacopo, più grande di lei, milanese, ricco e affermato. Vivono una storia a distanza, lui le paga gli studi e la sostiene. Lei si sente sola e sfoga le sue ansie strappandosi i capelli. Sullo sfondo di una lunga estate, Corinna scava nella radice feroce della sua storia e tenta di dar voce con l’inchiostro alle sue ferite. La scrittura si dipana tra ossessioni, ricordi, sogni, mentre lei riempie i suoi taccuini per provare a se stessa di esistere. Il suo mondo emotivo è fonte d’ispirazione, e lo sono le tredici ragazze bellissime che cercano fortuna vendendo il loro corpo, incontrate in un albergo scalcinato appena arrivata a Firenze. Così Corinna si farà largo nell’età più crudele e intensa, inseguendo la felicità e la sua implacabile fame di vita.

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Una madre sola cerca di aiutare, tra errori e speranze, la figlia bulimica a sconfiggere la malattia che le corrode corpo e anima. Una ragazza sogna di fuggire dal paese in cui viene umiliata da tutti. Una giovane donna affronta una gravidanza imprevista senza poter contare sull’aiuto del compagno. Tre storie al femminile, intense e sincere come la vita, una testimonianza in forma di romanzo sull’età in cui le emozioni sono più forti.

“Il contagio dell’amore – Etty Hillesum e Julius Spier” San Paolo editore di Lucrezia Lerro, è un romanzo che parte dal basso, dalle viscere della terra, dalle miserie umane per progettare un amore universale, che niente ha a che fare con le minuzie egoistiche degli esseri umani e della loro vita, ma sottolinea con uno stile unico le fragilità delle persone, che forse, il più delle volte sono proprio le loro parti migliori, le meno inflazionate.
Etty Hillesum e Julius Spier, due personaggi storici di un livello intellettuale raro, sono i protagonisti del romanzo della Lerro. Sono gli artefici tra le pagine di questo densissimo e commovente romanzo della loro quotidianità ma purtroppo non del loro futuro. Vittime entrambi del Nazismo ma protagonisti assoluti dell’amore come fondamento della non malattia psichica. Lucrezia Lerro ancora una volta ci regala pagine d’intensita’ ed emozione, declinando così tutte le forme possibili dell’amore e del disamore personale, familiare, collettivo. Indicativo l’esergo estrapolato dalle opere superstiti di Etty Hillesum in apertura del libro: “I fatti esterni non bastano per capire la vita di una persona: bisogna conoscerne i sogni, il rapporto con la famiglia, gli stati d’animo, le delusioni, la malattia e la morte.” Già, la morte! Quest’ultima fa da sfondo a “Il contagio dell’amore”, è la guerra nazista che durante la Seconda guerra mondiale ha stravolto l’Olanda e il mondo intero. E come un elettrocardiogramma nella storia di Lucrezia Lerro ascoltiamo i battiti del cuore dei protagonisti sporcati dalla ferocia e dalla menzogna. Ma per incanto, qui, le parole sollevano dalla prostrazione le vittime e così sospese nell’aria tracciano il loro destino d’amore eterno.

 

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“Laggiù in profondità, accade qualcosa di incomprensibile.” Così dice una delle voci che abitano queste pagine, voci di donne che si passano il testimone ed echeggiano una nell’altra nonostante abbiano timbri diversi e diverse storie: perché dentro, nella profondità del corpo, tutte si somigliano, e a ciascuna tocca affrontare ogni nuovo giorno con la sua spietatezza, secondo il ritmo ineludibile della luna. Il sangue matto è l’ossessione per ogni pensiero distruttivo che ti assale in quei giorni che anticipano il mestruo. È la paura di impazzire, di sragionare all’improvviso in casa, al lavoro, per strada, nel bel mezzo di certe giornate nere che si fatica persino a raccontare a se stesse. È il corpo che si macchia di rosso, è la difficoltà a vivere normalmente almeno sette giorni al mese. È il lutto, il fallimento e il disgusto per non riuscire ad essere madri come la natura femminile vorrebbe. Il sangue matto è questo e molto altro… Eppure le donne non si arrendono, e provano a raccontarlo e a raccontarsi, cercano con ostinazione il messaggio nascosto dentro la sofferenza: perché, come scrive la psicanalista Alice Miller, “il corpo è il custode della nostra verità”. Una verità che supera l’imbarazzo, il tabù e fa nascere dal ventre di queste pagine un grido: il solo rimedio per il sangue matto è l’amore.

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Siamo nel nostro Sud più profondo, in un piccolo paese dell’entroterra, alla fine degli anni Ottanta. Il mare è lontano, un miraggio oltre il cemento della costa, tutto intorno una natura selvatica e solo a tratti generosa – più spesso oscura, frusciante. In paese vivono molte ragazze, colme di speranza ma schiacciate da un orizzonte che sembra negarsi a ogni passo. Sì, perché per tutte loro, già tra le mura di casa o appena varcata la soglia nel sole abbacinante, è pronto un giudizio inappellabile, che si posa sulle mani laccate di smalto, sulle gambe, sulle labbra colpevoli di tessere la tela di un incessante discorso d’amore. Le madri, che hanno chinato la testa, sono le prime rivali. Ma l’inquietudine più profonda si incarna negli uomini, padri e coetanei, che godono il privilegio della libertà e non devono rendere conto se non ai propri istinti, che si esprimono nelle processioni delle confraternite religiose, riti oscuri quanto i cappucci di cui tutti si rivestono. E poi, sul Monte che domina il paese, ci sono i militari della minuscola base Nato calamita di sguardi e pensieri. Ogni sera scendono in paese in cerca d’amore e le ragazze si contendono il muretto migliore su cui aspettare il loro arrivo, eleganti ed emozionate, sempre innamorate di qualcuno, divise tra segrete amicizie e una selvaggia guerra che le oppone una all’altra. A scatenare le invidie è la splendida Lara, che fa girare la testa a uomini di ogni età e fa parlare di sé.

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Una testimonianza di emozione e dolore, realizzata in un ampio resoconto di vicende, ma anche nella più asciutta sintesi che sigilla il senso di un’esperienza. Questo libro di Lucrezia Lerro, il suo primo pienamente maturo, si muove oscillando con naturalezza tra narrazione in versi e concisione lirica. Un lirismo sempre felicemente contaminato dalla concretezza del reale, dall’asprezza delle cose. Lerro è nota autrice di romanzi, dove ha già espresso le sue ossessioni strutturali, i motivi di un vivere tra felicità e angoscia che ritroviamo in questi versi, dove però la tensione del sentire sgorga con maggiore energia e l’inquietudine emerge vistosa, tanto che spesso il realismo dai contorni quasi espressionistici di questa poesia, sembra sfociare in una dimensione ulteriore di visionarietà. È anche interessante seguire la geografia di Lerro, che si muove dalla provincia salernitana per spaziare nella penisola, Torino, Milano, Firenze, Roma, Gorizia. Una geografia dove si agita la realtà turbata dell’autrice, a volte furiosa, a tratti disperata, ma sempre pronta a rinascere, a trovare la verità di un nuovo conforto e di una nuova adesione all’esserci, tenera e sensibilissima.

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Lui si chiama Piero, ha quarantaquattro anni ed è inabile al lavoro perché infelice. Invece per tutti in paese è Cibicotti, quello “strano”, quello che parla in modo stralunato. Piero non fa male a nessuno, neanche a una mosca, e trascorre la sua esistenza alle prese solo con i piccoli accadimenti quotidiani: i continui litigi con sua moglie, la Bella, e con la madre, vera origine di molte delle sue stranezze; i frequenti screzi, e persino le botte, con i suoi feroci compaesani, sempre pronti a deriderlo; i mancamenti provocati dalle belle milanesi in vacanza. Il suo tempo, insomma, trascorre pigramente, con qualche fissazione di troppo e qualche malinconia difficile da scacciare. Fino a quando, il giorno di Natale, per lui il più triste dell’anno, Cibicotti decide di rubare il presepe della Chiesa. Un’avventura tragicomica raccontata in prima persona dal protagonista nella forma di un lungo monologo, dove le cupe ombre del suo passato si mescolano alla commovente goffaggine di un’impresa irripetibile.

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Rosanna è una bambina del Sud e frequenta la scuola elementare, dove la maestra Mara, buona e sensibile, le mette accanto il nuovo arrivato Mario: ed è amore a prima vista. Un invito a pranzo, il primo casto bacio su una guancia, la speranza e il sogno di uno sviluppo ideale, in corsa verso una felicità che solo i ragazzi sanno intravvedere. Ma non si possono fare i conti senza le madri, e quelle che si muovono in questa vicenda sono possessive, egoiste e rabbiose; soltanto la “strega” del paese, Ernestina, donna turbata dall’abbandono del marito, possiede la luce intima dell’innocenza e della profezia, e sarà di aiuto. Il tempo ha però la sua parte. Nel vortice degli avvenimenti (la cresima di Rosanna, le scuole medie, l’istituto magistrale, l’amore fisico scoperto con trepidazione ma subito avvelenato da dubbi e gelosie), quel sogno puro si stempera, si corrompe, come stregato dalla corruzione del mondo, da una legge genitoriale che non ricorda più gli entusiasmi della giovinezza e li combatte senza tregua. Che ne è allora della vita di Rosanna, affacciatasi alla soglia del suo tempo e già delusa da conseguenze che non ha cercato, non ha voluto? Lucrezia Lerro torna a coinvolgere i lettori con un romanzo fatto di piccole cose, di gesti e sentimenti quotidiani che nascondono un dramma in agguato. Un dramma che ci riguarda e che il suo personaggio saprà affrontare in modo diverso, senza lacrime e con un inedito disincanto.

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Elsa ha vent’anni e molte speranze. Studia legge a Firenze e convive con Federico, cuoco di mestiere e fuorilegge a tempo perso. Una notte, con grande sorpresa e un ingestibile fremito di paura, Elsa si accorge di essere incinta. Il suo primo e unico pensiero è abortire: non può tenere il figlio; sa che Federico non può essere il suo compagno per lungo tempo. Inizia così un viaggio inquietante e coraggioso tra proposte di aborto clandestine, medici ufficiali, conflitti con federico, con la famiglia, con se stessa. Mentre quel bimbo, tra sogni e ossessioni, comincia a vivere sempre di più nelle sue giornate.

Cattura13La vita, per la protagonista del libro, non è facile. Durante l’infanzia, in Campania, dopo il terremoto del 1980, si susseguono disavventure che sembrano ordite dal destino: il padre è considerato lo scemo del paese; la madre è una donna debole con molti amanti cui si concede in cambio di pochi spiccioli e qualche favore; su tutti troneggia la nonna, “la strega”, violenta e autoritaria; le sue sorelle la ignorano o la escludono con cattiveria dalla loro vita; la sua maestra la umilia in ogni modo. Novella Cenerentola, solo i dolci la consolano, e così non le resta che procurarsi caramelle e gelati rubacchiando, o ingannando i commercianti, nascondendosi in pertugi improbabili, costruendosi un mondo (quasi) parallelo di incanti impossibili che l’aiutano a resistere.